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Proposta patologica: non vuole bene né all'Arma né alla Scuola
I carabinieri a scuola? Un doppio errore
di Prof. Saverio Fortunato
(Specialista in Criminologia Clinica
Docente al Corso di Laurea Scienze Investigazione, Università di L’Aquila)

 

Nel mese di Aprile siamo stati ospiti insieme al dott. Marco Capparella, Capitano dei Carabinieri, al Liceo Psicopedagogico di Pistoia, per incontrare i genitori degli alunni ed i docenti. Un incontro sul tema: "Bullismo o ragazzi difficili?". Sullo stesso tema ci siamo confrontati in numerosi istituti scolastici. Abbiamo messo in evidenza il fatto, che i carabinieri a scuola vanno chiamati solo in casi eccezionali, per esempio, quando ci sono spacciatori, ossia persone che infettano il tessuto sociale e scolastico, per il resto i conflitti e disagi vanno saputi gestiti all'interno della scuola. Vediamo come.
I "reati" che si commettono a scuola riguardano: danni al patrimonio (le scritte sui muri,  banchi rotti, ecc.), furto, falso materiale (il voto messo sul registro di nascosto dal professore o la giustificazione con la firma falsa, ecc.), lesioni, oltraggio (le offese ai professori). Poi ci sono i disagi generati dagli scioperi e dalle occupazioni dell'edificio, interruzione di pubblico servizio, ecc.
 

LA SCUOLA NON E' UN SUPERMERCATO E QUINDI NON ESISTE IL REATO COLPOSO

L'articolo 624 del codice penale recita: "Chiunque s'impossessa della cosa altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, è punito con la reclusione fino a tre anni...".
Non ci sono dubbi, sotto un profilo penalistico il reato è identico sia  se Tizio ruba la merenda al supermercato sia se la ruba a scuola, sotto il banco del compagno di classe. Tuttavia, la stessa azione non può avere uguale valutazione, perché la scuola non è un supermercato, posto che il fine della scuola non è lo stesso che persegue l'azienda. Difatti, la scuola insegue un fine educativo (oltre che d'istruzione), mentre l'azienda ha il fine di raggiungere il massimo profitto.
 

METODOLOGIA DELL'INDAGINE INVESTIGATIVA SCOLASTICA

I conflitti e problemi dei ragazzi difficili vanno gestiti dentro la scuola.  Vediamo come. Ho invitato il preside, prof. Pier Angiolo Mazzei, a tenere un seminario al corso di laurea scienze dell'investigazione dell'Università di L'Aquila, ecco in che modo suggerisce di operare.
"Una delle possibili strategie investigative scolastiche che spesso porta a risultati positivi, anche in tempi brevissimi, è l’interrogatorio di classe. Questa procedura funziona per mancanze non gravi relative a fatti imputabili con certezza a qualcuno del “gruppo classe” e consiste nel far leva sulla componente “eroica” descritta da Molnar ne “I ragazzi della via Pal”.

L’azione si articola in fasi:

1.       Si esclude la possibilità di attribuire la responsabilità del fatto a persone estranee al gruppo (finché c’è la possibilità di ipotizzare che la responsabilità possa essere di qualcuno di un’altra classe non serve andare avanti).

2.       Si chiede alla classe se sia giusto che tutti siano considerati responsabili o se è giusto che sia punito il solo responsabile; di solito diversi studenti dichiarano subito che deve essere punito il solo responsabile.

3.       Si chiede individualmente a ciascun studente di fronte a tutti gli altri se sia giusto punire tutti o se il colpevole debba assumersi la responsabilità di ciò che ha fatto. Già in questa fase emergono talora incertezze o imbarazzo da parte di qualcuno e a volte il responsabile dichiara “va bene, sono stato io”.

4.       Se non si arriva alla conclusione può essere opportuno concedere una assemblea di classe riservata ai soli studenti perché affrontino il problema, i rappresentanti di classe dovranno poi presentarsi in presidenza per riferire. Spesso il colpevole si presenta direttamente o accompagnato dai rappresentanti.

Se non può essere individuato un gruppo chiuso all’interno del quale si trovi il responsabile la strada da percorrere per le nostre indagini dovrà essere diversa e potrebbe far leva sulla “vanità” dei ragazzi. Gli adulti infatti possono fare da soli cose cattive e provarne in solitudine profitto o piacere, ma i ragazzi quasi sempre operano in gruppo, piace loro vantarsi e desiderano avere un pubblico che “ammiri” la loro spregiudicatezza.
E’ quindi presumibile che, a fronte di un fatto di una certa gravità (sparizione di registri, graffi alla macchina di una professoressa, scritte offensive all’esterno della scuola…) diverse persone, studenti ma anche bidelli o professori, abbiano raccolto confidenze e siano a conoscenza dei nominativi degli autori. Naturalmente è difficile individuare le persone che possono sapere qualche cosa e allora si può favorire la diffusione delle informazioni attraverso canali quali le assemblee di classe o di istituto, circolari dirette agli studenti ed al personale, o altri sistemi che stimolino la discussione sul fatto oggetto di indagine.
A questo punto, spesso, di confidenza in confidenza, di sussurro all’orecchio a sussurro all’orecchio, il nominativo dei responsabili del fatto viene a conoscenza di un gran numero di persone, a volte quasi tutta la scuola, e finalmente anche del preside.
Naturalmente tutte queste chiacchiere non rappresentano “prove” e anche i “confidenti” non possono essere trasformati in testimoni sia perché in effetti non lo sono, sia perché si interromperebbe ogni rapporto fiduciario con la presidenza.
E’ necessaria quindi la confessione.
I ragazzi individuati vengono convocati individualmente in presidenza con un pretesto (in genere verifica del libretto delle giustificazioni) in modo che non abbiano il tempo di organizzare una linea di comportamento e, faccia a faccia col preside, avviene la contestazione del fatto. A fronte del diniego dell’imputato una delle considerazioni che spesso è determinante per la “confessione” è la seguente “Caro Beppe, se io, che sono solo un preside sono arrivato a individuarti, pensa a cosa succederà se passo i dati che ho raccolto alla Polizia o ai Carabinieri che sono certamente più bravi ed efficienti di me a fare le indagini. Scegli te se vuoi che la cosa resti in ambito scolastico o se preferisci che della cosa si occupino loro”.
In genere il risultato è assicurato. Basta poi confrontare la versione fornita con quella degli altri ragazzi coinvolti nel fatto e l’indagine è conclusa.
Più difficile è il caso dei piccoli furti in palestra o negli spogliatoi; queste azioni vanno trattate diversamente in quanto spesso sono opera di una sola persona (non di rado donna) che tende a ripetersi ogni volta che ne ha la possibilità. In questi casi fondamentale è l’immediata raccolta e registrazione delle testimonianze (che classe era quel giorno in laboratorio, quali ragazze erano quella mattina nello spogliatoio femminile della palestra ecc…) e, al verificarsi di successivi eventi, provvedere all’incrocio dei nominativi presenti per ridurre il numero dei “sospetti”. Man mano che il cerchio si stringe non è raro il caso che il colpevole si dichiari a sua volta vittima di un furto allo scopo di spostarsi dal gruppo dei “sospetti” a quello delle vittime. Quando si arriva a stringere la tela, la conversazione riservata in presidenza può essere risolutiva.

LA SCUOLA NON PUO' TRASFORMARSI IN FABBRICA DELLA DEVIANZA

Saper svolgere indagini all'interno della scuola deve poi portare al giusto rapporto tra errore e punizione. Si deve evitare di trasformare in un caso, ciò che caso non è. La scuola non può fabbricare istituzionalmente stigmatizzazioni e devianze.
E' del tutto evidente però, che se il preside preferisce dirigere la scuola come il supermercato, giacché si sente "dirigente scolastico" e non più preside, allora troverà del tutto naturale chiamare i carabinieri appena il metal detector (che quanto prima entrerà nell'arredo scolastico) "segnala" il furto della merandina. Se il professore ha uno stipendio da fame ed è misconosciuto nel suo ruolo sociale, è del tutto naturale che rinunci alla funzione educativa e tratti gli studenti da amici, ossia con la pacca sulla spalla e il sei garantito. Se i docenti si preferiscono giovani e formati alla SISS, perché costano meno e sono tutto metodo e niente esperienza, come sorprendersi che poi sono incapaci di elevarsi ad esempio per gli studenti e stabilire un rapporto docente/discente volto sia all'istruzione sia all'educazione? Se anche la pedagogia ha rinunciato alla finalità educativa e trascorre il tempo ad interrogarsi astrattamente se deve autodefinirsi 'educazione' o 'formazione', mentre la realtà scorre, come sorprendersi che prendono spazio le pseudodiagnosi psichiatriche, stigmatizzanti o psicologizzanti, che tendono a patologizzare ogni comportamento per invocare una cura (che non cura) o una penalità? Se questo è il marasma, ecco al culmine la proposta errata: mandiamo i Nas!
 

GLI STUDENTI DEVONO FIDARSI DEI CARABINIERI, NON TEMERLI

I carabinieri svolgono una funzione sociale insostituibile. I ragazzi e le ragazze delle nostre scuole devono vedere nel carabiniere non la figura repressiva, da cui devono nascondersi anche quando non hanno nulla da nascondere, per paura di essere fraintesi o finire sui giornali, che sicuramente sarebbero pronti a dare risalto ad ogni colpo di tosse.
Se i carabinieri vengono a scuola a btitz, s'insegna ai ragazzi la paura della divisa, perché è come se il genitore decidesse, a btitz, di entrare nella camera del figlio per spiarlo, per scoprire ciò che può nascondere, senza che magari abbia nulla da nascondere. Ma un padre sospettoso è un padre sospettato. Se spia i propri figli (anziché educarli e proteggerli) ha fallito come padre perché non ha dialogo, se non quello del sospetto e della violenza psicologica.
Io ho 120 studenti nelle scuole superiori ed alcune centinaia di studenti all'università. I miei studenti devono divenire cittadini pensanti, non cittadini impauriti, spiati e spioni. Una scuola che spia e incute paura, non ha niente da insegnare, se non il proprio fallimento.
Io ho anche un bimbo di 9 anni, fa la quarta elementare, quando gli chiedo: "Gianmario, hai fatto tutti i compiti per domani?", Lui mi risponde: "Guarda nel diario babbo, li ho finiti". Io gli rispondo: "Non ho motivo di guardare nel diario, se mi dici che li hai finiti. Bravo".
Quando sono invitato alla Festa della Polizia o quando i miei amici carabinieri vengono a trovarmi anche in divisa, mio figlio voglio che li guardi con rispetto ed ammirazione, non deve mettersi le mani in tasca per paura né arretrare per timore o avvertire una minaccia, perché poi questo atteggiamento la passerebbe anche ai suoi amici e così via.
La scuola è un luogo sacro, bisognerebbe avere rispetto anche per la polvere, perché è la polvere della cultura. E' evidente che se al posto dei bidelli ci metti l'impresa di pulizie per risparmiare e per preside metti il dirigente scolastico preoccupato più a fare il manager che l'educatore, se si punta sull'apparire (sui giornali) e non sull'essere, allora il codice penale taglia la testa al toro. E se nelle scuole mandiamo i NAS, allora all'università tocca all'esercito.
In poche parole: a scuola, non dovrebbe essere più facile inseguire un progetto di migliaia di euro, anziché un ragazzo difficile. 
A buon intenditor...

Pubblicato in rete il 30.5.2007

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