La devianza si esprime attraverso
comportamenti imprevedibili che producono
problemi sul piano sociale.
Ciò significa che esistono delle norme di vario
contesto (ad es. penali, sociali, culturali, di
interazione e integrazione) che cercano di
regolare i comportamenti allo scopo di
contrastare ed evidenziare quelli che si
distanziano dalla retta via.
In particolare le norme penali operano in questo
senso, etichettando i comportamenti
delinquenziali o criminali.
Perché l’uomo sociale è
caratterizzato da questo tipico comportamento
deviante?
Sono stati numerosi gli approcci per cercare i
fattori causali, sono stati fatti studi di tipo
psichiatrico e somatico, il primo italiano è
stato Cesare Lombroso (criminologo positivista)
affermando che c’è una stretta correlazione fra
la costituzione fisica del corpo umano, le
anomalie cromosomiche ed il comportamento.
Di conseguenza sono stati fatti altri studi,
osservando ad es. i comportamenti dei soggetti
rinchiusi nei penitenziari, capire perché si
sono determinate reazioni e capire quanto incide
l’ambiente in cui un soggetto si trova. Si è
arrivati ad una conclusione distorta, in quanto
ci si è occupati soltanto di soggetti già
macchiati di reati, non considerando una grande
fetta dell’iceberg quella che in criminologia si
definisce, il numero oscuro cioè la criminalità
sommersa difficile da vedere ad occhio nudo.
Questo tipo di conclusione ha alimentato
l’opinione comune secondo la quale follia e
criminalità sono inscindibili.
Successivamente studi più approfonditi e
tecniche migliori, hanno smentito queste
concezioni, affermando che il disturbo
psicopatico è cruciale nel comportamento
deviante di una persona, ma non sempre presente
in quanto questi comportamenti sono solo un
fenomeno circoscritto del più generale e
complesso campo della criminalità.
Ha un ruolo la psicologia in questo contesto?
Differenziare comportamenti comuni da quelli
antisociali, questo è stato il contributo
iniziale da parte della psicologia contro la
criminalità.
Capire cosa fa scattare in un comportamento
comune, l’agire deviante.
I ricercatori hanno studiato i giovani
delinquenti, rilevando che esistono difficoltà
di apprendimento riconducibile spesso a
deprivazioni affettive e un difficile
inserimento nella società, ciò comporta
atteggiamenti violenti.
Anche personalità delinquenziali sono
considerate principi per una crescita deviante
del giovane, basate da tratti specifici della
personalità quali: immaturità, mancanza di
adattamento, debolezza dell’ IO.
Ancora, la teoria della frustrazione –
aggressività secondo la quale, i giovani affetti
da una minore capacità di tolleranza alle
frustrazioni sfocerebbero in comportamenti
devianti.
Davanti alla frustrazione ogni soggetto reagisce
in modi diversi, attraverso le mediazioni
cognitive ed emotive e se alla presenza di altre
persone, egli percepisce l’evento frustrante con
maggiore o minore assoggettamento.
Bisogno di sicurezza, bisogno di fare nuove
esperienze, bisogno di avere risposte da parte
degli altri e bisogno di ottenere dagli altri un
riconoscimento; sono le fonti principali di un
qualsiasi individuo secondo il sociologo Thomas,
le quali frustrazioni favorirebbero
comportamenti devianti.
Anche S. Freud, padre della psicanalisi, si è
offerto nello studio del crimine attraverso i
propri mezzi a disposizione. L’essere umano è
per sua natura antisociale e si adeguerebbe alle
situazioni solo per convenienza o timore.
Centrale è il ruolo svolto
dalle istanze della personalità individuate
dallo Stesso:
• Es la parte pulsionale legata agli istinti
• Super – Io la parte che censura e controlla
• Io il collegamento con la realtà esterna.
Quando le soddisfazioni del
proprio istinto (es) hanno la meglio sulla
barriera posta dalla onformità sociale (Super –
io) si hanno comportamenti devianti. In questo
la formazione di un forte “Io” attraverso
l’educazione imposta dai genitori, facilita una
personalità positiva.
Questi sono esempi che dimostrano come la
psicologia possa spiegare l’agire deviante, gli
sviluppi successivi si sono un po’ allontanati
da questa via, sostenendo l’idea che è
impossibile differenziare il deviante dal resto
della popolazione. Dimostrazione di ciò, è il
criterio proposto da Ferracuti e Newman nel 1987
che individuano tre fattori:
1. interpersonali stabili (caratteristiche del
soggetto immutabili, agire aggressivo
conseguente a fattori innati o genetici)
2. interpersonali mutevoli (aspetti che emergono
durante la maturazione dell’individuo, conflitti
interni)
3. interpersonali (le relazioni sociali del
soggetto, la famiglia e gli amici).
Approfondiamo proprio quest’ultimo punto. Le
relazioni sociali o meglio studiato anche come
il fenomeno dell’interazionismo simbolico: i
significati che gli essere umani attribuiscono
alle loro azioni reciproche. In base a tal
significato i soggetti agiscono in un certo
modo.
Subentra la teoria di GeorgeH.Mead il quale
definisce la mente come una scatola formata
all’interno da tre sezioni interdipendenti fra
loro: IO – ME – SE.
• ME ciò che gli altri provano e sentono di noi
e ciò che noi proviamo e sentiamo di loro.
• IO organizza gli stimoli provenienti
dall’esterno con gli stimoli dall’organismo.
• SE prodotto della continua comunicazione dei
primi due, è l’interazione fra il soggetto e gli
altri che lo circondano.
Quando il soggetto riesce a designare con i
simboli, gli oggetti dell’ambiente circostante è
in grado di formarsi e crescere, il minimo
requisito è il nome successivamente subentra
l’uso dei pronomi.
L’uomo è obbligato a relazionare con gli altri
nella società odierna, e attraverso questo
processo che acquisisce esperienza di se stesso
in modo diretto e indiretto, basandosi su
atteggiamenti e opinioni che gli altri hanno nei
suoi confronti.
L’interazionismo simbolico cerca di capire i
meccanismi che producono la devianza che
inciderà nella società, è una prospettiva che
concepisce la devianza come il risultato di un
processo interattivo tra: il soggetto che agisce
– le norme che controllano tali azioni e sono
pronte a definirle illecite – la reazione
sociale a queste infrazioni – il continuo
controllo sociale – il soggetto che deve
riconsiderarsi dopo essere stato etichettato
come pericoloso. In tutto ciò un ruolo
importante lo svolgono le Istituzioni che
interagiscono con il soggetto ormai delinquente,
con il suo Sé cercando di non lasciarlo solo
come se fosse un “animale randagio”.
Una particolare tecnica psicologica che il
soggetto in questione usufruisce per sfuggire al
pugno della legge, è stata individuata e
definita da David Matza come la tecnica di
neutralizzazione della norma.
Essa consiste in forme di razionalizzazione
dell’azione deviante, non giustificative, utili
a colmare la distanza socialmente definita fra
il comportamento ed i valori condivisi. Mi
spiego meglio fornendo alcuni esempi:
• la tecnica della negazione della
responsabilità ( “lo fanno tutti”)
• la tecnica della minimizzazione del danno
prodotto ( “tanto sono ricchi, avranno modo di
rifarsi”)
• la tecnica del richiamo ad ideali più alti
(“dovevo difendere la mia famiglia”).
Attraverso questi ed altri modi i soggetti cercano semplicemente di sviare la norma e la conseguente “punizione” pensando di crearsi un alibi morale.
Fino a questo momento ho
parlato sia di comportamento che di azione del
soggetto. C’è da sottolineare che questi termini
non coincidono fra loro, infatti, il
comportamento è solo una parte dell’azione,
quella più evidente e che cade come oggetto di
studio.
Il concetto di azione, è stato approfondito da
Mario von Cranach psicologo che ha postulato il
goal directed action. Egli oltre a distinguere
il comportamento, l’azione e l’atto sociale;
individua tre dimensioni:
• il comportamento manifesto (le parti alle
quali l’osservatore accede direttamente)
• la cognizione cosciente ( i processi mentali e
i piani d’azione del soggetto)
• il significato sociale (le definizioni
semantiche attribuibili alla situazione)
Questi ultimi controllano le cognizioni che
orientano il comportamento. Durante l’azione
tutte e tre interagiscono fra loro.
Ogni azione è costituita da scopi e intenzioni,
quindi chi agisce anticipa a livello mentale,
sia gli effetti delle proprie azioni e le loro
conseguenze per sé, sia il profilo dei
significati sociali e le conseguenze rivolte
agli altri.