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di Luca Simonetti

La devianza si esprime attraverso comportamenti imprevedibili che producono problemi sul piano sociale.
Ciò significa che esistono delle norme di vario contesto (ad es. penali, sociali, culturali, di interazione e integrazione) che cercano di regolare i comportamenti allo scopo di contrastare ed evidenziare quelli che si distanziano dalla retta via.
In particolare le norme penali operano in questo senso, etichettando i comportamenti delinquenziali o criminali.

Perché l’uomo sociale è caratterizzato da questo tipico comportamento deviante?
Sono stati numerosi gli approcci per cercare i fattori causali, sono stati fatti studi di tipo psichiatrico e somatico, il primo italiano è stato Cesare Lombroso (criminologo positivista) affermando che c’è una stretta correlazione fra la costituzione fisica del corpo umano, le anomalie cromosomiche ed il comportamento.
Di conseguenza sono stati fatti altri studi, osservando ad es. i comportamenti dei soggetti rinchiusi nei penitenziari, capire perché si sono determinate reazioni e capire quanto incide l’ambiente in cui un soggetto si trova. Si è arrivati ad una conclusione distorta, in quanto ci si è occupati soltanto di soggetti già macchiati di reati, non considerando una grande fetta dell’iceberg quella che in criminologia si definisce, il numero oscuro cioè la criminalità sommersa difficile da vedere ad occhio nudo. Questo tipo di conclusione ha alimentato l’opinione comune secondo la quale follia e criminalità sono inscindibili.
Successivamente studi più approfonditi e tecniche migliori, hanno smentito queste concezioni, affermando che il disturbo psicopatico è cruciale nel comportamento deviante di una persona, ma non sempre presente in quanto questi comportamenti sono solo un fenomeno circoscritto del più generale e complesso campo della criminalità.


Ha un ruolo la psicologia in questo contesto?
Differenziare comportamenti comuni da quelli antisociali, questo è stato il contributo iniziale da parte della psicologia contro la criminalità.
Capire cosa fa scattare in un comportamento comune, l’agire deviante.
I ricercatori hanno studiato i giovani delinquenti, rilevando che esistono difficoltà di apprendimento riconducibile spesso a deprivazioni affettive e un difficile inserimento nella società, ciò comporta atteggiamenti violenti.
Anche personalità delinquenziali sono considerate principi per una crescita deviante del giovane, basate da tratti specifici della personalità quali: immaturità, mancanza di adattamento, debolezza dell’ IO.
Ancora, la teoria della frustrazione – aggressività secondo la quale, i giovani affetti da una minore capacità di tolleranza alle frustrazioni sfocerebbero in comportamenti devianti.
Davanti alla frustrazione ogni soggetto reagisce in modi diversi, attraverso le mediazioni cognitive ed emotive e se alla presenza di altre persone, egli percepisce l’evento frustrante con maggiore o minore assoggettamento.
Bisogno di sicurezza, bisogno di fare nuove esperienze, bisogno di avere risposte da parte degli altri e bisogno di ottenere dagli altri un riconoscimento; sono le fonti principali di un qualsiasi individuo secondo il sociologo Thomas, le quali frustrazioni favorirebbero comportamenti devianti.
Anche S. Freud, padre della psicanalisi, si è offerto nello studio del crimine attraverso i propri mezzi a disposizione. L’essere umano è per sua natura antisociale e si adeguerebbe alle situazioni solo per convenienza o timore.

Centrale è il ruolo svolto dalle istanze della personalità individuate dallo Stesso:
• Es la parte pulsionale legata agli istinti
• Super – Io la parte che censura e controlla
• Io il collegamento con la realtà esterna.

Quando le soddisfazioni del proprio istinto (es) hanno la meglio sulla barriera posta dalla onformità sociale (Super – io) si hanno comportamenti devianti. In questo la formazione di un forte “Io” attraverso l’educazione imposta dai genitori, facilita una personalità positiva.
Questi sono esempi che dimostrano come la psicologia possa spiegare l’agire deviante, gli sviluppi successivi si sono un po’ allontanati da questa via, sostenendo l’idea che è impossibile differenziare il deviante dal resto della popolazione. Dimostrazione di ciò, è il criterio proposto da Ferracuti e Newman nel 1987 che individuano tre fattori:
1. interpersonali stabili (caratteristiche del soggetto immutabili, agire aggressivo conseguente a fattori innati o genetici)
2. interpersonali mutevoli (aspetti che emergono durante la maturazione dell’individuo, conflitti interni)
3. interpersonali (le relazioni sociali del soggetto, la famiglia e gli amici).
Approfondiamo proprio quest’ultimo punto. Le relazioni sociali o meglio studiato anche come il fenomeno dell’interazionismo simbolico: i significati che gli essere umani attribuiscono alle loro azioni reciproche. In base a tal significato i soggetti agiscono in un certo modo.
Subentra la teoria di GeorgeH.Mead il quale definisce la mente come una scatola formata all’interno da tre sezioni interdipendenti fra loro: IO – ME – SE.
• ME ciò che gli altri provano e sentono di noi e ciò che noi proviamo e sentiamo di loro.
• IO organizza gli stimoli provenienti dall’esterno con gli stimoli dall’organismo.
• SE prodotto della continua comunicazione dei primi due, è l’interazione fra il soggetto e gli altri che lo circondano.
Quando il soggetto riesce a designare con i simboli, gli oggetti dell’ambiente circostante è in grado di formarsi e crescere, il minimo requisito è il nome successivamente subentra l’uso dei pronomi.
L’uomo è obbligato a relazionare con gli altri nella società odierna, e attraverso questo processo che acquisisce esperienza di se stesso in modo diretto e indiretto, basandosi su atteggiamenti e opinioni che gli altri hanno nei suoi confronti.
L’interazionismo simbolico cerca di capire i meccanismi che producono la devianza che inciderà nella società, è una prospettiva che concepisce la devianza come il risultato di un processo interattivo tra: il soggetto che agisce – le norme che controllano tali azioni e sono pronte a definirle illecite – la reazione sociale a queste infrazioni – il continuo controllo sociale – il soggetto che deve riconsiderarsi dopo essere stato etichettato come pericoloso. In tutto ciò un ruolo importante lo svolgono le Istituzioni che interagiscono con il soggetto ormai delinquente, con il suo Sé cercando di non lasciarlo solo come se fosse un “animale randagio”.
Una particolare tecnica psicologica che il soggetto in questione usufruisce per sfuggire al pugno della legge, è stata individuata e definita da David Matza come la tecnica di neutralizzazione della norma.
Essa consiste in forme di razionalizzazione dell’azione deviante, non giustificative, utili a colmare la distanza socialmente definita fra il comportamento ed i valori condivisi. Mi spiego meglio fornendo alcuni esempi:
• la tecnica della negazione della responsabilità ( “lo fanno tutti”)
• la tecnica della minimizzazione del danno prodotto ( “tanto sono ricchi, avranno modo di rifarsi”)
• la tecnica del richiamo ad ideali più alti (“dovevo difendere la mia famiglia”).

Attraverso questi ed altri modi i soggetti cercano semplicemente di sviare la norma e la conseguente “punizione” pensando di crearsi un alibi morale.

Fino a questo momento ho parlato sia di comportamento che di azione del soggetto. C’è da sottolineare che questi termini non coincidono fra loro, infatti, il comportamento è solo una parte dell’azione, quella più evidente e che cade come oggetto di studio.
Il concetto di azione, è stato approfondito da Mario von Cranach psicologo che ha postulato il goal directed action. Egli oltre a distinguere il comportamento, l’azione e l’atto sociale; individua tre dimensioni:
• il comportamento manifesto (le parti alle quali l’osservatore accede direttamente)
• la cognizione cosciente ( i processi mentali e i piani d’azione del soggetto)
• il significato sociale (le definizioni semantiche attribuibili alla situazione)
Questi ultimi controllano le cognizioni che orientano il comportamento. Durante l’azione tutte e tre interagiscono fra loro.
Ogni azione è costituita da scopi e intenzioni, quindi chi agisce anticipa a livello mentale, sia gli effetti delle proprie azioni e le loro conseguenze per sé, sia il profilo dei significati sociali e le conseguenze rivolte agli altri.

 

 

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Questa pagina è stata aggiornata il 03/12/08.