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CRIMINOLOGIA.IT, RIVISTA INTERNET DI TEORIA E SCIENZE CRIMINALI, COMUNICATO DELLA DIREZIONE

Delitto di Garlasco (Pavia)

La foto delle cugine della vittima è un fotomontaggio

http://www.criminologia.it/criminologia_clinica/delitto_di_Garlasco.htm

Nella foto sopra l'immagine della vittima è stata aggiunta alle altre due immagini delle cugine, giacché hanno una diversa risoluzione e sono state scattate con due obiettivi diversi.
La foto con il fotoritocco è stata messa in un mazzo di fiori e deposta nel luogo del delitto dalle cugine, facendosi fotografare.

Le Tv ed i fotografi l'hanno ripresa e ha fatto il giro sul circuito mediatico.

Delitto di Garlasco
Gli errori investigativi da evitare
di Prof. Saverio Fortunato
(Specialista Criminologia Clinica, Docente Corso di Laurea Scienze Investigazione Università di L'Aquila)
 

Il delitto di Garlasco (Pavia), della ragazza uccisa misteriosamente nella propria abitazione, gira e rigira, esattamente come nei libri gialli, vede indagato il fidanzato della vittima Alberto Stasi, ossia l'ultima persona che ha visto la vittima e, nel caso in esame, che ha anche scoperto l'omicidio.
Il copione è questo: muore la figlia? s'arresta la mamma; muore la mamma? s'arresta il figlio; muore la fidanzata... s'indaga (e poi s'arresta?) il fidanzato. Su questa equazione investigativa vittima/parente, fonte sia di soluzioni di tanti casi d'omicidio sia di tanti errori giudiziari, ho già scritto (
).
Sul ruolo dell'interrogatorio del sospettato e sul meccanismo del senso di colpa nella persona innocente,  rimando ad un altro mio articolo (
)
L'equazione vittima/parente (o persona affine) credo sia dettata dall'abitudine, dall'esperienza, nel senso che, c'è chi ritiene, erroneamente, che l'esperienza, l'essersi verificato in precedenza qualcosa, può giustificare e spiegare un fatto analogo accaduto successivamente.

Tra gli empiristi che si soffermano sul concetto di abitudine vi è David Hume [1], che ne individua un senso pratico, ma anche psicologico e gnoseologico. Se pensiamo all’evento causale, ossia al rapporto causa ed effetto nell’osservazione di un fenomeno, siamo tutti d’accordo che la causa (o le cause) precede (come fattore temporale) l’effetto. Per Hume l’abitudine è una disposizione mentale (atteggiamento) a rinnovare –senza pensarci- un atto più volte ripetuto.

Questo vuol dire, che l’esperienza abituale di vedere due fatti costantemente congiunti fra loro (ad esempio, il pugno e l’occhio nero) ci induce ad attendere, quando uno solo di essi si manifesta, che si verifichi anche l’altro[2]. Attribuendo ad uno di essi (nell’esempio, il pugno) il carattere di causa e all’altro (l’occhio nero) quello di effetto.

Accade quindi, che in virtù dell’abitudine, si manifestano gli errori percettivi o gli errori cognitivi alimentati dai pregiudizi; per esempio, se trovo il cadavere di un bambino (effetto), l’abitudine[3] può indurmi a ritenere che l’assassino (causa) sia all’interno della famiglia del piccolo (mamma o padre o fratellino).

Hume afferma che nelle relazioni fra dati di fatto o fra idee, tutti gli oggetti della ragione e della ricerca umana sono riconducibili a due generi diversi: a) le relazioni tra idee e i dati di fatto. A ciò corrisponde la conoscenza certa e la conoscenza probabile.

Le relazioni tra idee sono le regole della matematica, della fisica e delle cosiddette scienze esatte, dove le proposizioni contengono affermazioni “intuitivamente o dimostrativamente certe”. Queste proposizioni però sono solo il frutto del pensiero (metodo-logico), a prescindere da ciò che è realmente esistente nell’universo. Anche se in natura non esistessero triangolo o cerchi, le verità di Euclide conserverebbero la loro evidenza e certezza.

Anche la conoscenza relativa alle materie di fatto (la realtà empirica) ha una sua evidenza, che però non è paragonabile a quella delle scienze matematiche. Mentre in matematica non è pensabile che sia vero, contemporaneamente, il suo contrario (per esempio, non è pensabile che un triangolo non sia composto da tre lati e tre angoli), di un’affermazione riguardante materie di fatto invece è possibile pensarlo senza incorrere inevitabilmente nella contraddizione. Dice Hume: che domani non sorgerà il sole è un’affermazione che non implica contraddizione, come pure il suo opposto che il sole sorgerà. Della prima non si può dimostrare la sua falsità ed impossibilità. Solo l’esperienza mi dirà se anche domani il sole continuerà a sorgere, così come è sempre avvenuto. La probabilità che questo avvenga è sempre altissima, ma è pur sempre una probabilità.
Ogni affermazione che si riferisce a dati di fatto può essere solo probabile, mai necessaria. Potrebbe diventare logicamente necessaria se conoscessimo –ma non lo conosciamo- alla perfezione l’universo (incluso l’uomo) e sapessimo quali cause lo fanno e lo faranno agire sempre allo stesso modo. Così Hume conclude che gran parte della nostra conoscenza –concernente la realtà empirica- non ha alcun carattere di certezza, ma al più probabile.

La probabilità non è scienza, giacché è solo un'opinione, anche se ragiona con i numeri. Nel caso in esame, occorrerebbe evitare la fretta di trovare il colpevole ad ogni costo.
La fretta di chiudere il caso fa precipitare le indagini e apre la strada all'errore investigativo. Dice Popper:
“…E’ facile ottenere delle conferme, o verifiche, per qualsiasi teoria, se quel che cerchiamo sono appunto delle conferme”.
Gli errori investigativi, come quelli scientifici o giudiziari, si possono commettere in perfetta buona fede. Del resto, Hume l’aveva detto: «Nessuna testimonianza basta a stabilire che è avvenuto un miracolo, salvo che la falsità del teste non rappresenti un miracolo ancora più grande».
La falsità del teste può essere perfettamente compatibile con la sua assoluta buona fede, solo che, tra la perfetta buona fede e la veridicità effettiva ci possono essere di mezzo errori cognitivi ed ottici
[4] . Ciò vale: tanto per il testimone, che giura in buona fede di aver visto o di sapere qualcosa, quanto per l'investigatore o perito, che nelle indagini deve osservare ed analizzare particolari e dettagli.
Come Procura si dovrebbe evitare di nominare il perito tanto telegenico quanto prevedibile nelle sue risposte. Come RIS si dovrebbe evitare di calcare il copione delle fiction C.S.I. (giacché la fiction RIS è stata platealmente ispirata a CSI!),  pretendendo di risolvere il caso con le prove che "parlano". Le prove (ed è già di per sé, una parola grossa che va pesata), non solo non "parlano", ma se lo fanno, allora c'è il rischio che, in perfetta buona fede, dicano ciò che ci si aspetti che dicano.
Il capitano dei Carabinieri Marco Capparella, nelle sue lezioni universitarie al corso di laurea di scienze dell'investigazione a L'Aquila, raccomanda agli studenti (ed io lo condivido) che l'investigazione non deve mai trascurare il "contatto umano", il contatto con la gente.
Non si può pensare di stabilire relazioni causali tra la formica incinta, la zanzara depressa e l'ora del delitto o altre amenità cinematografiche, tanto suggestive quanto dannose sul piano pratico. Non si può fare l'analisi del capello e trascurare di parlare con le persone, col cercare mediante il contatto umano il possibile movente, il possibile o i possibili autori del delitto. Non si può sapere tutto del sospettato e nulla della vittima. E basta con l'interrogare per giornate intere come persona informata sui fatti chi già si ritiene sospettato e poi gli si presenta il conto! In questo modo si distrugge il principio che l'innocente deve fidarsi degli investigatori e collaborare, perché c'è sempre l'errore umano, ancora prima che scientifico, che in chi indaga bisogna mettere in conto.
Se si rinuncia al contatto umano ed al ragionamento per problemi, rifugiandosi nei laboratori "scientifici", con la pretesa (più cinematografica che realistica) che la scienza è la soluzione possibile di ogni delitto, l'errore investigativo è quasi inevitabile. Se poi arriva lo psichiatra che non trovando nulla di concreto ad oggi, si mette a scavare nella psiche e nel passato del sospettato, allora
è finita, disgraziato chi capita in questi meccanismi. E' troppo facile lasciare sulla scena del delitto il capello di Tizio a sua insaputa, la sua impronta e così via. Occorre, invece, riflettere e diffidare anche della scienza perché, se suprema attività umana è fare scienza, allora diventa doveroso impedire alla scienza di essere tanto brava da rendere inutile all’uomo di fare scienza[5] .
In altre parole, attenzione a non ripetere il calvario di Cogne, ossia di favorire la spettacolarizzazione di questo crimine, dove accade e si racconta tutto e il contrario di tutto. Questa non sarebbe scienza né giustizia, ancor meno se poi arrivasse l'avvocato che trasforma il tutto in un processo contro i giudici. Allora Hume, ahinoi!, davvero si rigirerebbe nella tomba!


 

[1] David Hume, filosofo, nasce a Edimburgo nel 1771, figlio di magistrati, riceve una formazione umanistica e giuridica, ma predilige la filosofia.
[2] Hume affermava: “Come possiamo essere certi che domani sorgerà il Sole sulla base del fatto che ogni giorno l'esperienza passata ci ha insegnato che il Sole è sorto?
C'è una ragione per cui il futuro debba necessariamente somigliare al passato?”. La risposta al dilemma l’avrebbe data l’esistenza di un principio di uniformità della natura, capace di mantenere costanti in eterno le leggi della natura stessa, ma per Hume ciò non fu dimostrabile; ad egli fu attribuita questa espressione: “Tutto è ignoto: un enigma, un inesplicabile mistero. Dubbio, incertezza, sospensione di giudizio appaiono l'unico risultato della nostra più accurata indagine”.
[3] Dettata dall’esperienza o dalla casistica.
[4] Cfr.: Fortunato Saverio, Nuovo Manuale di Metodologia peritale, Ursini, Catanzaro 2007.
[5] Cfr.: Fortunato Saverio, Senso e conoscenza nelle scienze criminali, Colacchi, L'Aquila 2007.

Foto Ansa - © Criminologia.it - Pubblicato in rete 22.8.2007 - Tutti i diritti riservati

 

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Questa pagina è stata aggiornata il 24/09/07.

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