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Si barrica in casa e spara sulla folla
Effetto psicofarmaci?

 ROMA - Ore di terrore a Guidonia, dove un ex capitano del genio, ieri sera, poco dopo le 19, ha dato fuoco a taniche di benzina sul balcone della sua abitazione, è salito sul terrazzo e con una pistola ed una carabina ha sparato a ripetizione uccidendo un negoziante e ha ferito sette uomini ed una donna. E' accaduto in via Fratelli Gualandi, una stretta strada della cittadina ad una ventina di chilometri da Roma. Si è arreso dopo due ore e mezza perché aveva finito le munizioni.
 Su quella stradina è rimasto ucciso Giuseppe Di Sanfelice, di 55 anni, aveva un negozio di tatuaggi a Villalba di Guidonia. Il folle cecchino, Angelo Spagnoli, di 52 anni, originario di Montecelio-Guidonia, separato e padre di una bambina, viveva in via Gualandi con l'anziana madre e la sorella. Quando si è arreso a polizia e carabinieri, l'omicida ha detto: ''Siete venuti a tagliarmi la testa? Eccomi''. Poi si è avvicinato ad un ufficiale dei carabinieri ed ha abbassato la testa. Il gesto di follia, anche se non era in cura all'Asl RmG, a pochi metri di distanza da casa, ha radici lontane. Nell'88 l'uomo cominciò ad avere problemi neurodepressivi e da parecchi anni era in pensione. Ma l'abitudine a maneggiare materiale esplosivo Angelo Spagnoli non l'ha persa: ha collocato piccoli mortaretti nella tromba nelle scale in modo tale che se qualcuno fosse salito poteva facilmente farli scoppiare a distanza. E nella sua lucida follia Spagnoli ha sparato, come ha detto il questore di Roma Marcello Fulvi, mirando bene e colpendo i passanti alla testa.
    ''Non aveva nessun ostaggio - ha aggiunto Fulvi - si muoveva nel buio ed aveva una posizione di vantaggio dal punto di vista tattico'' e quando è stato portato via dalle forze dell'ordine, ''ha quasi inneggiato come a dire sono bravo''. ''Ci sono stati attimi di grande tensione e paura. Ma la situazione - ha detto il comandante provinciale dei carabinieri di Roma, il colonnello Vittorio Tomasone - è stata ben coordinata e quando sembrava disperata è stata risolta''. Sul posto anche il comandante dei vigili del fuoco Guido Parisi. Tra gli otto feriti due sono rappresentanti delle forze dell'ordine. Si tratta del comandante della stazione di Tivoli Terme, il maresciallo Antonio Iodice e dell'ispettore di polizia Pasquale Bufoletta, della II squadra volanti della Questura di Roma. Ci sono inoltre un dipendente dell'ufficio logistico del ministero dell'Interno (che dall'ospedale di Tivoli è stato trasferito al Policlinico Umberto I perché ha una pallottola nel fegato), un uomo di 57 anni (che dal Sant'Andrea è stato trasferito al San Filippo Neri), uno studente universitario, una guardia giurata, Luigi Zippo, in gravi condizioni, un medico intervenuto a prestare soccorso ad un ferito, ed una donna che, a quanto si è appreso, dovrebbe essere la moglie della vittima.

Congedato dall’esercito per motivi

psichici, aveva il porto d’armi: bufera

sui permessi, lui voleva fare 17 vittime

FLAVIA AMABILE e FULVIO MILONE

ROMA

Cinquantadue anni. Sposato, separato (annullamento della Sacra Rota), senza figli. Congedato dall’esercito per motivi psichichi: era depresso. Sogni di gloria annegati in una carriera anonima, tutta nel Genio: come dire in retroguardia. Raccontano alla Squadra mobile di Roma che qualche sera fa i vicini lo hanno visto salire su quella terrazza dove l’altra sera ha fatto fuoco sui passanti e si è messo ad abbaiare alla luna. Proprio così: abbaiare alla luna. Era il segnale che la follia aveva preso il posto della depressione, ma nessuno ci ha fatto caso e, anzi, qualcuno s’è pure messo a ridere.

 

Ecco chi è il capitano Angelo Spagnoli. Un uomo che trascorreva le giornate in casa, a meditare sui soprusi che il mondo gli rovesciava addosso, convinto che tutti ce l’avessero con lui. Vedeva in ogni sorriso una smorfia di derisione, in un cenno di saluto uno sberleffo. Il capitano in pensione covava così la sua vendetta, e l’ha realizzata l’altra sera sparando dal terrazzo della casa in via fratelli Gualandi, a Guidonia, a 17 persone, uccidendone una. Anche la moglie, diceva, l’aveva abbandonato: un matrimonio che prometteva bene con la figlia di un professionista facoltoso, ma colato a picco dopo appena due anni. Spagnoli, fuori da casa, era un uomo come tanti: certamente poco espansivo, solitario, estremamente riservato e taciturno, ma non uno di quei tipi che manifestano la propria fragilità psichica con atteggiamenti strani o violenti. Aveva una cura estrema, quasi maniacale, con cui il capitano curava il proprio corpo: faceva molta ginnastica, correva, si allenava in continuazione.

 

Se all’esterno Angelo Spagnoli si mostrava come una persona tutto sommato nella norma, in casa era la follia a farla da padrona. Dominato dal furore nei confronti del mondo che gli aveva dichiarato guerra, si preparava a rispondere con le armi. E l’altro ieri ha sferrato la sua offensiva. Ha fatto una strage gridando: «Mi avete eclissato ma vi dimostrerò che non sono finito». Per due ore ha tenuto in scacco polizia e carabinieri sparando dal terrazzo su qualunque cosa si muovesse. La mattanza è stata interrotta grazie all’intervento di due carabinieri che hanno negoziato con lui e poi lo hanno immobilizzato. Si chiamano Giuseppe Picozzi e Giovanni D’Alessandro, sono due marescialli della stazione dei carabinieri di Tivoli, che si sono improvvisati negoziatori. 

La trattativa è cominciata quando Spagnoli aveva già sparato a cinque persone. I due carabinieri si sono fatti avanti dicendogli: «Stia calmo, tutto tornerà a posto». Lui continuava a sparare, ma di tanto in tanto mostrava qualche segno di cedimento: «Chissà cosa mi farete». Sono trascorsi trenta minuti prima che i carabinieri convincessero Spagnoli a dialogare da vicino. «D’accordo - ha detto lui - ma fate attenzione per le scale». Già, le scale. Alla ringhiera dell’ultimo piano il capitano in congedo aveva fissato dei tubi di metallo puntati verso il basso e dotati di un percussore: fucili rudimentali in grado di sparare proiettili calibro dodici, con i grilletti ai quali era stato fissato un unico, lungo filo. Così le armi sarebbero entrate in funzione contemporaneamente.

 Scavalcando l’intrico dei fili, i negoziatori si sono arrampicati su un’altra scaletta e hanno spalancato una botola attraverso la quale si accede al terrazzo. Hanno discusso con il cecchino folle di divise. Ogni tanto lui si mostrava pentito: «Mi spiace, ho combinato un disastro, chissà che cosa mi succederà». «Niente di grave, non c’è stato nessun morto», mentivano i negoziatori per tranquillizzarlo. E finalmente, approfittando di un momento di distrazione, i due carabinieri gli sono saltati addosso e l’hanno immobilizzato.

 Spagnoli aveva un arsenale in casa. E ora, mentre gli investigatori si apprestano a indagare sul medico della Asl che ha concesso a un folle il certificato di idoneità al possesso di fucili e pistole, scoppia la polemica sul porto d’armi facile. Enzo Letizia, segretario nazionale dell’Associazione dei funzionari di polizia, dice che «è ora che il ministro dell’Interno e il capo della polizia diano una svolta concreta alle modalità che regolano le concessioni», e propone un decreto legge che stabilisca «controlli attenti e periodici per verificare se i possessori di armi siano affetti da disturbi mentali o assumano droghe o psicofarmaci».


 

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i se ed i ma dell'investigazione

di Dott. Fabio Federici

(Maggiore Arma dei Carabinieri) 

L'attenzione del cittadino nei confronti degli episodi di cronaca nera è sempre in maggiore crescita, non a caso in occasione di efferati delitti vengono realizzate numerose trasmissioni televisive o pagine intere sono dedicate ai vari "attori" della vicenda giudiziaria.

Spesso si possono leggere ipotesi accusatorie o difensive esposte da illustri avvocati o giuristi, senza peraltro che gli stessi conoscano gli atti dell'inchiesta. Nei Talk-Show, avvocati pronunciano vere e proprie arringhe, oppure criminologi stilano profili psicologici o geografici come se fossero a conoscenza dei fatti specifici e sovente non mancano pesanti critiche nei confronti di chi svolge l'inchiesta.

Concedetemelo: una volta si usava dire che in Italia c'erano 50 milioni di "allenatori " oggi, dopo che abbiamo vinto i Mondiali, possiamo invece affermare che ci sono 50 milioni di "detective". Ma la realtà qual è? Ci siamo mai chiesti, chi sono realmente gli investigatori? E come lo si diventa? Domande difficili, alle quali, tra l'altro, è difficile trovare una risposta, perché, purtroppo, nelle Forze di Polizia Italiane non esiste una vera e propria Scuola per Investigatori, poiché il tutto è il frutto di una "paziente esperienza di ricerca" di chi ha il compito di scegliere il "Detective".

Nel rispondere ai precedenti quesiti vorrei, innanzitutto, premettere che ritengo l'investigatore un uomo e, come tale, soggetto ad emozioni e queste, talune volte, si sa, possono giocare brutti scherzi. Infatti, il lavoro delle investigazioni nei delitti efferati espone l'investigatore al contatto quotidiano con le aberrazioni della mente e del comportamento umano.

È difficile rimanerne distaccati, indifferenti, neutrali: qualcosa nella mente dell'investigatore cambia, si modifica, peggiora. Per sua naturale difesa psicologica, la mente colpita dalle immagini della violenza diventa insensibile, cinica, fredda, indifferente. In queste condizioni è molto difficile continuare a guardare alla vita con serenità, con equilibrio e con gioia. È difficile tornare a casa, la sera, dopo una giornata di forti emozioni, sedersi a tavola con i propri cari e continuare a vivere come se nulla fosse successo.

Quando meno ce lo aspettiamo lo spettro della violenza torna a farci visita, di notte, in auto, con il viso dei nostri figli o del coniuge, quando siamo stanchi, soli e sfiduciati. Ed il flashback di quelle immagini brutali ci colpisce ancora e ancora una volta ci scuote, ci ricorda che la vita è dolore, è sofferenza, è violenza.

In qualche modo il crimine entra a far parte della nostra vita e la rende dolorosa, difficile, insomma troppo diversa dal normale vivere quotidiano. Pertanto, ogni investigatore deve essere assolutamente preparato a questo confronto, a questo sacrificio, a questa convivenza, altrimenti è bene che non entri nella parte oscura del comportamento umano.

Questa premessa può sembrare atipica, ma poiché di frequente ci si dimentica di coloro che svolgono le indagini ed in quale contesto, psicologico e morale, operano, mi è parsa un opportuno "incipit". Avendo affrontato, sinteticamente, il punto di vista "interiore" di chi indaga, proverò ora ad analizzare come lo stesso dovrebbe agire, nonché a codificarne le sue caratteristiche professionali ed ad elaborare un metodo generale di approccio alle indagini.

Giova ricordare che "nella polizia giudiziaria il tempo che passa è verità che fugge", pertanto l'esperto investigatore, quando inizierà le sue attività dalla "crime scene" con il relativo sopralluogo, dovrà cercare di essere concreto, obiettivo, non facendosi prendere dall'emozione né dall' entusiasmo, poiché questi stati emotivi possono portarlo, purtroppo, a compiere dei gravi errori investigativi, atteso che il tempo per l'individuazione di un colpevole è sempre insufficiente, vuoi per la pressione dei parenti della vittima vuoi per quella dei Media nonché per il "tempo che cancella le prove".

Bisogna, quindi, porre molta attenzione a questa fase ed evitare che il carico emozionale ed i vari fattori esterni non condizionino "la ricerca della valutazione in ordine al percorso investigativo da affrontare".

Oggi l'investigazione è innegabilmente complessa ed articolata, di conseguenza dobbiamo fuoriuscire dalla visione dell'"investigatore singolo e/o dedicato", cosiddetto alla Montalbano o alla "Tenente Colombo"; è invece necessario individuare a priori dei "Team Investigativi" con competenze specifiche.

Le persone che appartengono a questi Team devono lavorare in stretta cooperazione, senza rivalità, dedicandosi all'individuazione del colpevole, nel rispetto delle Leggi, e non nel voler "diventar famoso e/o apparire sui giornali".

Inoltre, dovrebbero operare scevri da ogni tipo d’emozione, quali l'invidia e l'ambizione personale, ricercando, altresì, il giusto equilibrio e la giusta professionalità, ciascuno di essi per la parte informativa, operativa e tecnico scientifica di competenza.

Nel cercare di individuare le caratteristiche professionali di un investigatore, possiamo sintetizzarne la seguente "check list", la quale, chiaramente, può essere sempre rivista, pertanto si dovrebbero possedere: profonda esperienza; iniziativa, spirito di sacrificio (le indagini non si fanno nel rigoroso orario "d'ufficio"), senso del dovere, (che si unisce allo spirito di sacrificio); aggiornata conoscenza delle procedure investigative e tecnico-operative; competenza scientifica e info-telematica; orientamento agli studi psicologici; capacità d'intuizione e deduzione; conoscenza del territorio e dell'ambiente; conoscenza della mentalità sociale e criminale prevalente nella demografia locale; capacità di mimetizzazione; capacità di organizzazione e gestione del personale e dei mezzi a disposizione; capacità di coordinamento, controllo e cooperazione. Certamente, le suddette connotazioni non possono qualificare una sola persona e quindi più persone si devono integrare in un Team Investigativo, entro il quale ogni singolo membro possa sviluppare il proprio complesso armonico, operando secondo una particolare predisposizione al lavoro di gruppo e sfruttando la personale inclinazione ad una delle sopra enunciate caratteristiche. Individuati gli investigatori da ammettere al "Team" è necessario scegliere un coordinatore che denominiamo "Team Leader", il quale a sua volta avrà la responsabilità investigativa.

Questi dovrà essere costante punto di riferimento, rimanendo "vicino" ai componenti del team operativo, comprendendoli e sapendoli ascoltare. Dovrà avere una spiccata capacità di apprezzamento immediato della situazione, dovendo operare entro contesti investigativi difficili e prendere decisioni importanti, molte volte in circostanze incerte e pericolose. La procedura consigliata si compone di tre momenti, schematici ma elastici al contempo, e prevede:

1 - Fase concettuale (individuazione e scelta tra diverse opzioni, ad es.: selezione di possibili sospetti o adozione di diverse metodologie di indagine)

2 - Fase organizzativa (calcolo di mezzi, uomini, risorse, elaborazione di ipotesi operando una selezione tra le stesse in base ad un modello operativo opportuno per il tipo di delitto e di criminale, comprensione ragionata delle azioni del reo coinvolto nel delitto oggetto dell'investigazione)

3 - Fase esecutiva (tutte le ideazioni diventano azioni). Questo processo lo possiamo denominare "decision making", ossia momento decisionale.

Pertanto, al momento dell'accaduto ci si organizza, si pensa a quale sia la migliore strategia investigativa da intraprendere, quali siano gli obiettivi da raggiungere, il tutto frutto degli elementi raccolti.

Sottolineo, che la suddetta attività iniziale nonché quelle future non possono non essere armonizzate con le direttive dell'Autorità Giudiziaria, poiché l'obiettivo primario è l'acquisizione degli elementi di prova, il vero confronto tra accusa e difesa è l'aula dibattimentale. Infatti, un'eventuale indagine mal compiuta può portare all'assoluzione di un killer o di un'organizzazione criminale con il conseguente aumento del suo prestigio

criminale. Giovanni Falcone scriveva: "Gli uomini passano, le idee restano, restano le loro intenzioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini".

Di conseguenza, per contrastare il crimine di qualsiasi livello ed entità, appare oggi indispensabile, vista anche la continua amplificazione mediatica degli eventi e la velocità dello scambio informativo attraverso internet, operare "in modo scientifico e multidisciplinare", cercando il più possibile di far sedere allo stesso tavolo, a mo' di cooperazione, investigatori classici, scientifici, magistrati, criminologi, medici legali, psicologi, psichiatri, sociologi, operatori mediatici, matematici, informatici, provando ad istituire anche una Scuola specifica per la formazione di Investigatori, che come già scritto prima in Italia non esiste.

Questo sistema multidisciplinare può sicuramente aiutare a superare l'annoso problema che caratterizza le investigazioni: la difficoltà di collegamento, intesa come osmosi informativa, tra le varie parti, che in molte occasioni determina una non corretta comunicazione investigativa, danneggiando così il positivo esito dell'indagine.

L'approccio investigativo ha due pilastri di partenza, il "sopralluogo" e la valutazione della cosiddetta "reciprocità letale", tuttavia, affinché si possa avere un significativo sviluppo dell'inchiesta, è necessario che venga individuato e seguito un metodo comune, sicuramente utile per il proseguo delle attività.

In questa sede vorrei accennare al metodo che definisco "multidisciplinare", consistente nel tempestivo, preferibilmente immediato, coinvolgimento ed intervento, già dalla scena del delitto, di tutte quelle professionalità istituzionali (P.M. e polizia giudiziaria), scientifiche e mediche, con lo scopo di integrare le varie modalità disciplinari tipiche di ogni componente, per poter facilitare l'analisi, l'elaborazione ed il riscontro delle informazioni che vengono raccolte ed acquisite.

Seguendo questo sistema, recentemente sono state istituite varie squadre investigative, tra le più note ricordiamo: quella destinata alle indagini per il caso "Unabomber", fantomatico "bombarolo" che colpisce dal 1995 con i suoi ordigni nell'area dell'Italia del nord-est; lo speciale "pool antimostro" di Firenze che sotto la guida della Procura perugina ha ultimamente individuato uno stretto collegamento tra gli omicidi del "mostro di Firenze" e la morte del medico Francesco Narducci; in passato, quelle create per i delitti di maggiore risonanza mediatica, come i casi Bilancia, Chiatti, Stevanin, Profeta, banda della "Uno bianca".

Questo metodo, per essere efficace, deve fondare le proprie radici sulla pregressa, costante ed interrotta capacità informativa/intelligence da parte degli organi preposti alle investigazioni, con l'onere per coloro che hanno la responsabilità di controllo d’incessanti verifiche.

L'ultimo aspetto è alla base della cosiddetta "investigazione vecchio stampo", senza la quale, anche con l'utilizzo delle più sofisticate tecniche scientifiche, risulta maggiormente difficile l'individuazione del colpevole.

Le vite dell'investigatore e del criminale dal momento dell'inizio della "partita a scacchi" s'intrecciano e si sovrappongono, ed essi si trasformano inconsapevolmente in attori, che recitano su un palcoscenico mediatico, mentre gli spettatori sono i cittadini che, altrettanto inconsapevolmente, parteggiano ora per l'innocenza ora per la colpevolezza. L'indagine è anche fatta di momenti e causalità e gli investigatori non devono dare tregua all'avversario ed essere sempre in anticipo.

 

 

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Questa pagina è stata aggiornata il 18/11/07.